Perché non esiste una proroga e i siti pubblicati prima dell’entrata in vigore dell’EAA devono essere accessibili?

Due professionisti in riunione che discutono della conformità EAA, uno dei quali è un utente di sedia a rotelle.

Il European Accessibility Act (EAA) è una normativa sull’accessibilità digitale che segna uno spartiacque per le aziende la cui offerta digitale rientra nel suo ambito di applicazione all’interno dell’Unione Europea. Gli obblighi riguardano esclusivamente quelle le cui attività sono inquadrate dall’EAA, come il settore bancario, il commercio elettronico, il trasporto passeggeri, le telecomunicazioni, gli e-book o determinati apparecchi e terminali, tra gli altri.

Tuttavia, in Tech4access stiamo riscontrando un problema diffuso: molte organizzazioni ritengono di avere tempo fino al 2030 per adeguarsi, quando in realtà l’EAA stabilisce obblighi molto più immediati. Questa lettura errata ha generato decisioni che aumentano i rischi legali, i costi operativi e le possibili sanzioni.

Per questo, in questo articolo chiariremo come funzionano realmente le scadenze EAA e cosa implicano per qualsiasi azienda che operi nel digitale.

Perché c’è tanta confusione tra proroga e disposizione transitoria nell’EAA?

La confusione nasce dal fatto che l’EAA è stata male interpretata in numerose pubblicazioni e spiegazioni iniziali, portando molte aziende ad assumere scenari che la legge non ha mai contemplato.

La normativa distingue due momenti chiave nelle scadenze per la conformità EAA: il 2025, quando diventa obbligatorio rispettare l’EAA per i nuovi prodotti e servizi, nonché per gli asset digitali esistenti che subiscano modifiche significative. Il secondo punto di svolta è il 2030, che fissa il limite per quegli asset preesistenti che possono essere mantenuti senza variazioni. In pratica, molte organizzazioni saranno coinvolte prima di quella data, poiché la maggior parte degli aggiornamenti ordinari implica modifiche che rientrano in quella categoria.

Molte aziende hanno interpretato queste fasi come se comportassero una proroga generalizzata, ovvero una pausa temporanea degli obblighi, quando la realtà è ben diversa. La normativa stabilisce una disposizione transitoria che non esonera dall’obbligo di accessibilità digitale, ma consente soltanto di conservare asset preesistenti a condizione che rimangano privi di alterazioni significative. In un contesto digitale in cui gli aggiornamenti sono continui, questa distinzione è fondamentale e spiega perché la falsa idea di una “proroga fino al 2030” si sia diffusa così ampiamente.

Punti chiave dell’EAA

1. L’AgID entra in azione: avvio del regime sanzionatorio per inadempienza

L’entrata in vigore dell’EAA consolida l’accessibilità come obbligo legale regolamentato. In Italia, l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) è stata designata come organismo responsabile della supervisione nell’ambito dell’EAA e della sua trasposizione nazionale attraverso il Decreto Legislativo n. 82 del 27 maggio 2022 (D.Lgs. 82/2022). Tuttavia, lo sviluppo normativo che renderà operative le sue funzioni di ispezione e sanzione è ancora in forma di bozza, pertanto tali competenze non saranno pienamente applicabili fino alla loro approvazione e pubblicazione definitiva.

L’applicazione concreta di questo quadro regolatorio si è già verificata in casi specifici: in Francia, le associazioni Droit Pluriel e ApiDV hanno citato in giudizio aziende come Auchan, Carrefour, E. Leclerc e Picard per la non accessibilità dei loro servizi digitali durante gli acquisti online, ora che l’EAA è di obbligatoria applicazione. Questo precedente conferma che le autorità e le organizzazioni stanno già agendo di fronte all’inadempienza e che le conseguenze legali per la mancanza di accessibilità digitale sono una realtà concreta.

2. Transitoria ≠ Proroga: la differenza giuridica che cambia tutto

Credere in una proroga generalizzata è un errore strategico. Ciò che la legge stabilisce realmente è una disposizione transitoria (2025–2030) che non annulla gli obblighi dell’EAA. In questo specifico caso dell’European Accessibility Act, essa consente a determinati asset digitali di essere mantenuti senza modifiche a partire dal giugno 2025.

Non appena viene aggiornato un contenuto, un processo, un design, un flusso, un sistema o un modulo, scatta immediatamente l’obbligo di adeguamento EAA, trattandosi di una modifica dell’asset digitale. Questa sfumatura, che non sempre è risultata chiara nelle prime guide, è fondamentale per valutare il rischio reale di inadempienza.

3. La trappola della “modifica minima”: qualsiasi cambiamento implica l’obbligo immediato

Dal punto di vista normativo, non esiste il concetto di “modifica piccola” o irrilevante. Un aggiustamento funzionale, tecnico o visivo, per quanto minimo possa sembrare, è sufficiente ad attivare l’obbligo di conformità EAA totale a partire dal 2025.

Per questo, insistiamo sul fatto che le aziende devono adottare un cambio di mentalità: qualsiasi modifica a un asset esistente lo esclude dalla protezione transitoria.

Linea temporale dell’EAA: obblighi dal 2025 e la realtà della proroga condizionale

La comprensione delle scadenze EAA è uno dei punti in cui le aziende commettono più errori. La normativa stabilisce un’applicazione progressiva, ma non concede una proroga generalizzata; ciò che introduce è una disposizione transitoria condizionata. Di seguito dettagliamo la linea temporale reale e le sue implicazioni, per evitare l’errore del “fino al 2030 non succede niente”:

Cosa entra realmente in vigore nel 2025

Il 28 giugno 2025 entra in vigore l’EAA e stabilisce che:

  • Tutti i nuovi prodotti e servizi digitali dovranno essere accessibili fin dal loro lancio.
  • Qualsiasi asset digitale esistente che subisca una modifica significativa prima del 2030 dovrà adeguarsi immediatamente ai requisiti EAA applicabili dal 2025.

Ciò significa che il 2025 non riguarda solo i nuovi prodotti: si applica anche agli asset esistenti quando vengono introdotte modifiche significative che, nella pratica operativa della maggior parte delle aziende, sono di fatto inevitabili.

Cosa può essere mantenuto fino al 2030 e a quali condizioni

La transitoria consente di conservare determinati asset digitali fino al 2030, ma esclusivamente se:

  • Esistevano prima del periodo di applicazione.
  • Non subiscono alcuna modifica sostanziale durante gli anni di transizione (2025–2030).
  • Il loro stato “invariato” può essere dimostrato qualora l’autorità lo richiedesse.

In pratica, questa condizione è difficile da soddisfare. Gli adeguamenti in materia di sicurezza, privacy, prestazioni, contenuti legali o evoluzione del business tendono a forzare modifiche significative che invalidano la disposizione transitoria. Ecco perché attendere fino al 2030 è solitamente una strategia rischiosa e poco realistica.

Cosa non rientra nella proroga condizionale

Alcuni servizi digitali non possono avvalersi della transitoria per loro stessa natura:

  • Servizi critici.
  • Applicazioni mobile con cicli di aggiornamento frequenti.
  • Piattaforme transazionali.
  • Sistemi SaaS che evolvono in modo continuo.

Questi servizi richiedono aggiornamenti costanti, il che li colloca automaticamente nel quadro obbligatorio dal 2025.

La linea temporale in sintesi

  • 2025: tutti i nuovi prodotti e servizi devono essere accessibili, così come gli asset esistenti che subiscano qualsiasi tipo di modifica.
  • 2025–2030: possono essere mantenuti senza adeguamento solo gli asset preesistenti che non subiscano alcuna modifica sostanziale.
  • 2030: fine della transitoria; tutti i prodotti e servizi devono rispettare i requisiti imposti dall’EAA, indipendentemente dal fatto che siano di nuova creazione o preesistenti.

Il costo di ignorare l’EAA: sanzioni, ricorsi e rischio reputazionale

Ignorare le scadenze EAA, dalla sua entrata in vigore nel giugno 2025, significa assumersi un rischio legale e operativo attivo che si concretizza in molteplici conseguenze.

Rischio legale e sanzioni: esposizione a sanzioni economiche imposte dall’AgID, l’organismo nazionale di vigilanza. Ai sensi del D.Lgs. 82/2022, le multe vanno da 5.000 € a 40.000 €, e per le grandi aziende già soggette alla Legge Stanca possono arrivare fino al 5% del fatturato annuo. Ciò include contenziosi e reclami da parte di utenti e associazioni, poiché l’obbligo di rispettare i requisiti stabiliti è vigente fin dalla sua entrata in vigore.

Costo operativo e finanziario: la mancata adeguamento si traduce nell’accumulo di debito tecnico che ostacola futuri aggiornamenti del codice. Ciò moltiplica esponenzialmente i costi aggiuntivi di una migrazione forzata e tardiva all’accessibilità.

Rischio reputazionale: l’inadempienza provoca un grave danno all’immagine del brand, con conseguente perdita di fiducia da parte dei clienti e rischio di esclusione dal mercato.

Perché aspettare il 2030 è un errore strategico e un rischio legale per qualsiasi azienda

Come consulenti specializzati, la nostra visione è chiara: l’adeguamento è obbligatorio e urgente ora che l’EAA è in vigore. Rimandare l’adeguamento al 2030 moltiplica i costi, le risorse e il rischio di sanzione.

Per questo, da Tech4access raccomandiamo un approccio progressivo: l’accessibilità deve essere vista come un processo continuo che si integra nella metodologia (DevOps, UX, Prodotto), non come un progetto isolato. Integrare l’accessibilità nei processi di design e sviluppo fin dall’inizio del progetto, anziché tentare di correggerla all’ultimo momento, evita sanzioni, costi aggiuntivi e rilavorazioni. La scelta strategica è adottare un piano immediato che priorizzi gli asset a maggior rischio e allinei l’accessibilità ai cicli di aggiornamento previsti.

Per capire come verificare la conformità EAA del tuo sito, puoi consultare la nostra pagina dedicata: Verificare l’accessibilità web EAA.

Non aggiornare nulla senza prima effettuare un audit

L’EAA non stabilisce una proroga generale, bensì una transitoria condizionata che, in pratica, lascia pochissimo margine per rimandare l’adeguamento. Più che un periodo di attesa fino al 2030, questa situazione può essere vista come un’opportunità per pianificare in modo strategico e anticipato l’adeguamento dei propri asset digitali.

In Tech4access, abbiamo progettato il SIA® (Servizio Integrato di Accessibilità Digitale) che ti fornisce il supporto necessario per procedere con sicurezza: identificazione degli asset digitali, audit, piani di adeguamento e assistenza continuativa affinché ogni aggiornamento rispetti la normativa senza attrito. Agire ora non solo evita rischi: rafforza anche la qualità e la competitività del tuo ecosistema digitale.Per ulteriori informazioni sull’European Accessibility Act e sulle sue implicazioni per le imprese private in Italia, ti invitiamo a consultare la nostra Guida completa all’European Accessibility Act.

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